ROLANDO DEVAL
Deriva
Dal 13 Ottobre 2011 Al 19 Novembre 2011
La Galleria Alessandro Bagnai presenta nello spazio di Via del Sole 15/r a Firenze: Deriva di Rolando Deval.
In mostra tre diramazioni del lavoro considerato dall’artista come un’unica grande composizione che viene formandosi nel tempo su un principio di crescita “biomorfo”, con un andamento tutto interno al proprio principio generativo, un pò come la figura formalizzata da Goethe nella sua “Metamorfosi delle piante”: “la radice è già contenuta nel seme, lo stelo nella radice, la foglia nello stelo”.
Tre segmenti compongono una composizione generale, che deve essere vista come un insieme organico e un sistema di relazioni, i cui materiali e le cui forme derivano di volta in volta, come ramificazioni e variazioni, da un nucleo la cui grammatica formale è stata fissata, da tempo, su pochi stabili elementi.
Il piccolo ma denso sistema di relazioni allestito per l’occasione comprende l'interazione tra la serie Grounds delle carte perforate e sovrapposte; la serie delle lamiere che porta lo stesso titolo, e l'opera denominata Deriva, che assume una conformazione diversa, a seconda dello spazio che la ospita.
Le categorie che a un primo sguardo si è portati a individuare nella poetica di questo lavoro - il tellurico, il volatile, l'eroso, la deriva, l'incertezza del confine - potrebbero essere riconducibili a una dichiarazione dell'autore, che dice:"il lavoro che considero riuscito è quello davanti al quale, una volta finito, posso pensare che si è fatto da solo "; come dire scavato dall'acqua di un torrente, prodotto dall'erosione degli elementi, costruito dall'ingegno genetico di un calabrone.
Rolando Deval, poco preoccupato di essere in pari con un’attualità nella quale non riconosce più modelli di forma e di sostanza, lavora piuttosto nella prospettiva, insieme umile e ambiziosa, di questo compito astorico e atemporale di mimesi empatica con il mondo extraumano - che è quello che ci ha preceduto e che probabilmente ci sopravviverà, - trascurato dalle discipline dell'arte e della scienza, o trattato solo in chiave antropocentrica.
La mostra segna una collaborazione venticinquennale tra l’artista e la galleria di Alessandro Bagnai.
Un'intervista a Rolando Deval, a cura di Daniela Cristadoro - AGALMAEVENTI
Ti è capitato di imbatterti in un'opera d'arte che ti abbia cambiato la vita?
C'è una prassi involutiva, nella vita delle persone, che consiste nello spegnere progressivamente, nel passaggio tra l'infanzia e l'età adulta, quella condizione di apertura che permette di vedere il mondo come un caleidoscopio di fenomeni sorprendenti. Lo stupore, la meraviglia che quell'apertura permette, fanno sì che la vita cambi facilmente, sollecitata dai fenomeni esterni prima che la realtà convenzionale ne ostacoli la penetrazione.
Si pensa che gli artisti siano capaci di opporsi a questo offuscamento dello sguardo, mantenendo aperta la condizione dell'infanzia. Certo l'imperativo di Rilke contenuto nel "Torso arcaico di Apollo" (che del resto non è indirizzato solo all'artista ma all'umanità intera) è, al contempo, la cosa più difficile a farsi e la condizio sine qua non per essere artisti: che artista è, infatti, quello che non si è lasciato cambiare la vita, da un evento o dall'opera di qualche artefice? A me certamente l'hanno cambiata il Clavicembalo ben temperato e il secondo quartetto di Ligeti, ma anche la scoperta che nel mondo tutto è in relazione. Mi ha cambiato la vita anche scoprire le architetture dei calabroni e l'osservazione di altri imenotteri, che sono realtà rispetto alle quali non mi sono venuto a trovare come studioso ma piuttosto come vicino. L'atteggiamento del vicino è diverso da quello dello studioso perchè invece di isolare il fenomeno osservato nel modello di una categoria interpretativa, mette quella realtà in comunicazione con la propria, contaminandone il sistema di relazioni e modificando il punto di vista. Solo così si arriva a cogliere una relazione tra la polifonìa di Guillaume Dufay e certe costanti isoritmiche presenti negli habitat di alcuni insetti sociali.
Qualcuno ha detto che senza l'arte non potremmo incontrare la forma, l'alterità inumana della materia... Per spiegarmi meglio, in assenza dell'arte, la natura intima della roccia, per esempio, rimarrebbe muta nel silenzio della pietra. Cosa ne pensi?
L'incontro con l'essenza delle cose è un'esperienza così personale e imprevedibile da non lasciarsi ingabbiare da codici o da statuti. E può avvenire nella più assoluta mancanza di consapevolezza artistica: lo stupore e l'emozione, anche in forme complesse, non stereotipate, non sono appannaggio esclusivo di chi è dotato di cultura.
Tra l'incontro che non va oltre l'esperienza soggettiva e l'atto di creazione che può derivare dallo stesso incontro, la differenza è quella che c'è tra la contemplazione e l'azione. L'arte è uno squarcio attraverso le cortine che velano lo sguardo; quando al di là dello squarcio si offre un'impensata idea di bellezza si offre anche l'idea di un impensato assetto del mondo. Ecco, forse questo non è possibile senza l'arte: il valore che quell'esperienza può assumere quando l'atto di creazione si fa immagine esemplare, capace di seminare il dubbio nei meccanismi dello sguardo.
Ritieni che l'arte possa aver a che fare, seppure indirettamente, con il bene e con il male, con l'aumento o con la diminuzione della proporzione di umanità nel mondo, nella città, negli esseri umani stessi?
A me pare che il bene e il male si intreccino al punto tale che la nostra stessa essenza si basa sulla loro compenetrazione. La contraddizione pervade ogni cosa che ci riguarda, come un a priori ontologico, tanto che la pretesa di voler porre il bene e il male su due fronti netti e separati equivale a una pericolosa mistificazione tendente a ridurre lo spazio dialettico nel pensiero e nella società, cosa che produce intolleranza e progressivamente la sua estrema conseguenza che è la guerra. L'arte, che è l'opposto della guerra, usa risolvere i conflitti sul piano della forma, e questo non l'allontana dalla vita a meno che non si riduca a esercizio di estetica. Diceva infatti Barnett Newman "il sublime è qui", e non può essere diversamente, dato che l'arte non è pensabile al di fuori della vita biologica e politica. L'arte, non essendo un limbo di purezza, non può porsi al di fuori di questa dialettica ma piuttosto la incarna, affondando però le sue radici in quello spazio vago e onnipresente che la vita quotidiana non è riuscita a prendere per sè, o che anzi rifiuta o misconosce. Infatti, a fronte di una piccola minoranza che cerca nella realtà differente dell'arte un contatto con la dimensione metafisica dell'esistenza, o almeno una formalizzazione imprevista della complessità, c'è una grande maggioranza che attraverso la propria indifferenza sembra esprimere questa dichiarazione: "Non abbiamo bisogno di voi". Dunque concludo la risposta con questa proposizione di Deleuze: "Non c'è opera d'arte che non faccia appello a un popolo che non esiste ancora".
Il desiderio della durata, la sfida al tempo, è stata una delle spinte fondamentali dell'arte classica... Ciò che caratterizza la cosiddetta postmodernità è invece la disposizione a non durare, insieme alla consapevolezza di una possibile autodistruzione. Come ti poni col tuo lavoro d'artista di fronte a questa prospettiva?
Come risposta prendo a prestito le parole di Cézanne: "Fra qualche centinaio d'anni sarà perfettamente inutile vivere, talmente tutto sarà appiattito. Ma il poco che resta è ancora tanto caro al cuore e alla vista". Integrandole con quelle di Beckett: "Il faut continuer, je ne peut pas continuer, je vais continuer".
Qualcuno ha sostenuto che l'esperienza del significato estetico delle arti sottintende la "necessaria possibilità" della presenza di Dio... In altre parole, nessuna grande opera d'arte potrebbe esistere senza una scommessa sulla trascendenza. Cosa ne pensi di quest'affermazione?
Un artista "ateo" come Picasso dichiarò che mentre lavorava Dio era là, nella stanza accanto. Lo chiamava, anzi, se non sbaglio, il nemico della stanza accanto. Di fatto, un'arte che non faccia i conti con la trascendenza mi pare una contraddizione in termini, qualcosa che è destinato ad essere soltanto merce. Significa evitare di fare i conti con tutto quello che l'uomo non sa e non può, cioè proprio con quella che è l'istanza principale dell'arte. Anche in assenza di fede in un'entità divina, anche se il mondo che stiamo vivendo ci offre ben scarse testimonianze della presenza di Dio poichè nella trionfante immanenza della tecnica il concetto di Dio non ha posto, la questione non cambia: anzi, è come se l'arte si trovasse a sostenere da sola tutto il bisogno di trascendenza proprio in ragione della realtà desacralizzata che ci circonda. Ma questa è una sfida raccolta da pochi, dato che il più di ciò che vediamo esposto nei luoghi deputati si accontenta di mostrare il mondo ateizzato e mercificato come in una registrazione d'ufficio, praticata oltretutto sulla falsariga di una mimesi dell'esistente, piuttosto che assumersi la responsabilità di una visione differente.
La fiducia assoluta nell'inarrestabilità del progresso viene oggi da più parti messa in discussione. Ci si interroga sulla compatibilità tra alcune importanti direzioni di ricerca e la sopravvivenza della società e dell'umanità degli esseri umani così come si è venuta costituendo nel tempo. Di fronte a questa prospettiva ti propongo due diverse reazioni: l'una è quella di Freud che ritiene che la vita umana "sia un'anomalìa cancerosa, una deviazione tra vaste fasi di quiete organica"; l'altra è la gaiezza di Nietzsche dinanzi all'inumano, la tesa ironica percezione che noi siamo ospiti precari in un mondo indifferente. Con quale tra questi due atteggiamenti sei più in sintonìa?
Se Giacometti lavorava per il mondo dei morti come ha scritto Genet, allora - ammesso che l'umanità sia vicina alla fine - lui è stato il più lungimirante tra gli artisti del Novecento. Più di Warhol con la sua idea di umanità ridotta a copia oleografica di sè stessa (quant'era ottimistico quel "fra qualche secolo" di Cézanne), o anche più di Beuys che redige una specie di fenomenologìa fossile dell'uomo moderno, malgrado la prospettiva di redenzione in cui voleva ad ogni costo collocare i suoi gesti e manufatti. Osservando gli insetti ho cominciato a modificare il modo di pensare e costruire il mio lavoro, fino a cercare di essere o di sentirmi come l'insetto stesso; ma l'osservazione non è mirata a individuare modelli da immettere nel mio universo formale quanto piuttosto a trovare uno spostamento del punto di vista. Cambiando il punto di vista si può lavorare come un insetto, anche alla cieca, ma con un gesto determinato, verso un fine sicuro. Si possono esperire uno spazio e un tempo contratti o dilatati rispetto al nostro... Forse è una strada tracciata sull'orlo dell'abisso, ma in fin dei conti questo non dovrebbe essere l'arte? Dunque a me interessa l'inumano, ma non tanto come scenario di una nemesi che si verificherebbe se la specie umana scomparisse dalla terra, quanto piuttosto come realtà che ci vive accanto: quella stessa realtà con la quale non siamo riusciti ad avere un rapporto che non sia di dominio predatorio. Di certo il mondo non è nato nella sua forma attuale e una siffatta nemesi può ben essere compresa nella sua futura evoluzione. Si può vedere la gaiezza nietzschiana come uno sguardo che riduce un poco l'ingombro dell'uomo nel creato? Già Nietzsche era distante dal mondo romantico nel quale a Schiller era concesso perorare la causa del Poeta come custode della Natura. E oggi, considerando l'impotenza che ci attanaglia, con una conoscenza di causa che non ammette distrazioni, può l'artista essere qualcosa di più che un sismografo?



